La rincorsa a una felicità micidiale
Pubblicata nel 2013 per i tipi dell’allora casa editrice Whitefly Press – antesignana dell’odierna Vague Edizioni –, “Si tira avanti solo con lo schianto” del poeta romagnolo Davide Rondoni è una raccolta incapace di concedersi tregua, perennemente sull’orlo tra la catastrofe e il miracolo.
Alla rassicurante ma artefatta armonia dei tradizionali schemi rimici, Rondoni preferisce la durezza di una non-forma poetica che mette a nudo, senza sovraesporre, la caducità dell’uomo nel contesto di un mondo-paese fatto d’incontri, addii e altri attimi di vita.
In ogni testo la tensione del verso libero passa attraverso una galleria di stanze ove le parole scarnificano i tropi poetici entro il realismo lirico di quel mondo che il poeta, più che cantare, pare racconti. Un mondo che va dalla Romagna a New York, passando per carceri e stazioni, tabaccai e sterminati orizzonti, botteghe e squarci d’inferno; e ancora, più al centro, quasi a costituire il cuore nascosto del libro, dai personaggi che abitano l’immaginario poetico dell’autore, così vividi e autentici da non poter non essere il contraltare fittizio di un’umanità che il poeta ha sicuramente conosciuto di persona.
Sono con Ivan al braccio 6
Sono con Ivan al braccio 6
di san Vittore, mi annoio dice
ma sta dicendo
muoio,
e poi guardando via: oggi
è il mio compleanno.
Sono ventisette e ha
la faccia da bambino, mi slaccio
un bracciale di cuoio: tieni,
come se potessi ridarti
il rovo del cuore
vado via, mi mostra al suo compagno,
“cella guardata a vista”,
e il guardato a vista ora sono io
con lo sguardo addosso
che risucchia Milano e il cielo di gennaio
ruvido come un tiro di sigaretta al gelo.
Sono sempre con Ivan al braccio 6, il mio
bracciale è un niente di amore
nella notte che non ha mai cielo
a san Vittore.
“Mi piace far le cose con le persone, mi piacciono gli incontri” scrive Rondoni in quarta di copertina, sotto l’ultima delle foto che s’incontrano sfogliando l’opera, un 16:9 in bianco e nero nel quale egli sorride all’obiettivo guardando oltre quest’ultimo. Non la classica foto d’autore, ma l’ultimo tassello di un mosaico atto a mostrarci il poeta sotto una luce più intima rispetto a quella sotto cui si è soliti vederlo sul palco o in televisione.
Nell’ordine abbiamo: 1) Ritratto di Rondoni assorto, con lo sguardo chino, quasi in preghiera. 2) Rondoni in tuffo, s’un campo da calcio, in mezzo a dei ragazzini, probabilmente dopo aver colpito il pallone di testa. 3) Rondoni che regala a un polso bambino quel “niente d’amore” della poesia sopra, un bracciale, tra le sedie scorticate di un bar. 4) Rondoni seduto in poltrona, gambe incrociate, sorridente, ospite da qualche parte. 5) Rondoni di spalle al cancello di un campo santo, in cappello e cappotto, sotto un cielo freddo.
Ammesso e non concesso che esista un physique du rôle che l’immaginario collettivo cuce – e di conseguenza poi richiede – alla figura del poeta, io credo che nessuno più di Davide Rondoni corrisponda a tale immagine (della quale, ne sono sicuro, lo stesso Rondoni sarebbe il primo iconoclasta). Rondoni crede in Dio, si definisce cristiano cattolico anarchico, veste quasi sempre di nero, indossa bracciali, porta la barba lunga, ha uno sguardo duro e un sorriso dolce; sostiene di non saperci fare coi soldi e di dire sempre quello che pensa. Io lo immagino anche in bermuda e cappello da turista, viaggiatore, girovago per i festival culturali, interprete tra i linguaggi del sacro e del profano, asceta, opinionista a margine della caciara, schierato ma allo stesso tempo libero, al di sopra, anche lui contenente moltitudini e quindi incline alla contraddizione, a essere contraddizione, un po’ Walt Whitman, un po’ Lenny Belardo, il papa ateo di Sorrentino nella serie The Young Pope. “Tutte queste cose” scrive lui, “mi hanno procurato un po’ di guai”. Ce lo vedo a litigare, Rondoni, ma ancora meglio lo vedo solitario nella folla, in perenne movimento, alla ricerca di quell’incontro o quella parola, come se questi fossero una campana da distinguere in mezzo ad altre campane, come se la sua visione poetica fosse l’unico mezzo capace di convertirne il suono in parola e le parole in ritratto lirico.
Sei brasiliane
La solitudine del portoghese
non ha pari
in altre lingue,
la taxista
parlerebbe fino a domani.
Qui, se ascolti bene, ogni voce
ha una musica
sperduta
senza nessuno
(…)
Ma io se pur sono finito
(…)
io sono il barista, io
sono il cristo
delle persone sole
che non attendono niente
la più sperduta
gente
faccio due chiacchiere gentili
per far sentire tutti
meno villi.
La miseria e la grazia che Rondoni scova nei suoi antieroi hanno un’impronta teista che muove dalla fede senza mai però sconfinare in un messaggio evangelico riconducibile alla religione organizzata. Chiariamo meglio: ritenere Rondoni un bigotto perché la sua produzione poetica parte dal topos di Dio significa non averci capito nulla. Egli non opera uno stucchevole tentativo di conversione del lettore, non si fa megafono di un qualsivoglia messaggio propagandistico. Fa di tutto, anzi, per ridurre sé stesso a tabernacolo di quel sacro fuoco che è la vita; un fuoco che talvolta splende sul nulla, talvolta brucia tutto.
A un certo punto Rondoni scrive “Non credo che lo scopo della vita sia cavarsela”, una frase che potrebbe tranquillamente essere il manifesto della sua poetica, se non fosse che è tratta dalla nota biografica in calce.
Per il poeta, la strada per la pace interiore, qualunque cosa essa sia, non è rintracciabile nella saggezza, nel coraggio o in una di quelle qualità che i canoni superomistici ci hanno presentato come indispensabili. La pace, che sia salvezza, redenzione o accettazione, non è neanche materia di Dio, della religione o della fede. Non esistono formule, dottrine o dispositivi che azzerino la paura o la sofferenza. Neanche la poesia in sé può tanto. Una soluzione, se esiste, Rondoni ce la propone nella lirica che chiude la raccolta, una poesia che costituisce una sezione del libro a sé stante intitolata “Non temere il crepacuore”, preceduta dal sopra-titolo “Dalla mano di Davide Rondoni” e dalla foto del documento sul quale l’autore ha scritto di proprio pugno la poesia in questione (che in tale contesto assume i contorni di una reliquia profana, oserei dire).
Non temere il crepacuore
Il rischio è cominciare da vivi
il viaggio dei morti.
Ma si era detto: andiamo, e
si poteva andare, se vuol dire
qualcosa, solo da quella parte.
La morte circonda la vita
ma è come una giostra rotta.
Non si tratta di avere molto coraggio
né di essere saggi. Ma cercare la tortora
di fuoco, il doppio sguardo
mirare
a una felicità micidiale.
E non temere il crepacuore.
Prediligere l’attrito, dunque, cercare di ottenere il massimo possibile senza avere paura che questo ci costi la fine, perché la fine arriverà comunque. Tutto sta nell’accoglierla e magari, con un balzo – perché no? –, superarla.
Poesie tratte da “Si tira avanti solo con lo schianto” di Davide Rondoni, Whitefly Press (2013)