I wandered lonely as a cloud (1807), universalmente conosciuta come “The Daffodils” (le giunchiglie) è senza alcun dubbio la poesia più nota del poeta William Wordsworth, il quale, insieme a Samuel Taylor Coleridge fu uno dei fondatori del Romanticismo Inglese, i cui principi furono da loro illustrati nella prefazione alla seconda edizione delle Lyrical Ballads, la cui pubblicazione avvenne nel 1800. Il tema principale della raccolta e, oserei dire, dell’intero movimento letterario, è la natura, vista nei suoi molteplici aspetti. Mentre Coleridge ce ne offre una visione più spirituale e metafisica, Wordsworth ce la presenta come la fusione tra il suo mondo interiore e quello esterno, quello che ha modo di apprezzare durante le sue lunghe passeggiate nel cosiddetto Lake District, giusto ai confini tra Scozia e Inghilterra. Durante una di queste escursioni, con sua sorella Dorothy, il poeta rimase folgorato dalla bellezza di un campo di giunchiglie, quel magnifico fiore da noi più conosciuto con il nome di narciso. Una volta tornato a casa, ripensando alla sensazione ricevuta, comincia a scrivere quella che sarà la sua poesia più famosa. Ma non lo farà subito e di getto secondo il principio (da lui teorizzato) delle “emotions recollected in tranquillity”, cioè le emozioni filtrate dal tempo e dalla calma e private dell’impulsività del momento. Cosa possiamo trovare di straordinario in questa poesia? Sicuramente la personificazione dei fiori che vengono descritti mentre danzano nella brezza e nell’infinita ricchezza di metafore e similitudini.
I wandered lonely as a cloud
That floats on high o’er vales and hills,
When all at once I saw a crowd,
A host, of golden daffodils;
Beside the lake, beneath the trees,
Fluttering and dancing in the breeze.
Continuous as the stars that shine
And twinkle on the Milky Way,
They stretched in never-ending line
Along the margin of a bay:
Ten thousand saw I at a glance,
Tossing their heads in sprightly dance.
The waves beside them danced; but they
Out did the sparkling waves in glee:
A poet could not but be gay,
In such a jocund company:
I gazed and gazed but little thought
What wealth the show to me had brought:
For oft, when on my couch I lie
In vacant or in pensive mood,
They flash upon that inward eye
Which is the bliss of solitude;
And then my heart with pleasure fills,
And dances with the daffodils.
Vagavo solitario come una nuvola
che fluttua in alto sopra valli e colline,
quando all’improvviso vidi una folla,
un mare, di giunchiglie dorate;
vicino al lago, sotto gli alberi,
tremolanti e danzanti nella brezza.
Intermittenti come stelle che brillano
e luccicano nella Via Lattea,
si estendevano in una linea infinita
lungo il margine della baia:
con uno sguardo ne vidi diecimila,
che scuotevano il capo danzando briose.
Le onde accanto a loro danzavano; ma esse
superavano in gioia le luccicanti onde:
un poeta non poteva che esser felice,
in una tale compagnia gioiosa.
Osservavo – e osservavo – ma non pensavo
a quanto benessere un tale spettacolo mi avesse donato:
Poiché spesso, quando mi sdraio sul mio divano
in uno stato d’animo ozioso o pensieroso,
esse appaiono davanti a quell’occhio interiore
che è la beatitudine della solitudine;
e allora il mio cuore si riempie di piacere,
e danza con le giunchiglie.